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La condanna infinita di “Mamma Africa”

Inserito il 01 novembre 2012 da Maria Teresa Sechi

E’ proprio una condanna infinita che i paesi cosidetti “occidentali” infliggono tutti i giorni ai paesi cosidetti “del terzo mondo”….
Non c’è volontà di cambiare, anzi credo che ancora di più oggi, chi governa il mondo voglia portare le popolazioni al massimo dell’indigenza… tutto per l’arricchimento e per il potere di pochi su questa terra martoriata da guerre e calamità naturali, altra arma utilizzata per ridurre la popolazione mondiale e imporre la propria supremazia…. Dobbiamo riflettere perchè le cose accadono…. non è semplicemente una evoluzione naturale, c’è un perchè, ed è arrivato il momento di chiedercelo… TUTTI INSIEME POSSIAMO CAMBIARE IL MONDO!

Possiamo cambiarlo SOLO se ci impegnamo progressivamente a prendere coscienza e divulgare il “volto” dei mali che, nel solo interesse di pochi e con il sogno di un “benessere effimero” , trafiggono l’umanita’ con sofferenze inaudite.
Propongo qui la lettura di questo squarcio di Africa vista con gli occhi attenti del giornalista Paolo Barnard, un’istantanea che è difficile, anche emotivamente, da dimenticare :

“..La scena di povertà più orribile che ho mai visto nella mia vita fu nel 1999 in Africa. Filmavo la puntata di Report “Un debito senza fondo”, su come il Vero Potere aveva distrutto milioni di vite africane nel momento in cui quel continente aveva immaginato una sua riscossa, che doveva passare attraverso il New International Economic Order di 40 anni fa. Quella scena di miseria mi passò davanti a telecamera spenta. Ero in Tanzania con un gruppo di politici, mi stavano portando a visitare un impianto di produzione di farina di mais per la polenta bianca, il cibo di sopravvivenza di tutta l’Africa sub sahariana. Dovevo filmarlo perché il Fondo Monetario Internazionale aveva appena imposto l’austerità a quel Paese, cioè stop agli aiuti di Stato per la produzione di alimenti, fra le tante misure. Una cosa nazista. Il complesso, fatiscente ammasso di silos e capannoni sovietici, si ergeva su una spianata di argilla desertica, quasi savana, ed era servito da una strada sterrata che eruttava nuvole di polvere spaventose al passare di ogni camion carico di mais. Si doveva stare sopravento a quelle tempeste, per non esserne impastati come chi fosse caduto in una vasca di gesso ingiallito. L’approccio degli ultimi metri prima delle cancellate era obbligatoriamente a piedi, e io camminavo in fila indiana coi locali accompagnatori. La sfilza dei camion era continua, serrata, rombo e polvere e vento da stordire un rinoceronte. A poco dall’entrata vi fu un vuoto di passaggi degli automezzi e tutto si placò. Al calare del polverone, una figura si materializzò alla mia sinistra, come in un incantesimo da teatro dell’ottocento. Vidi una cosa piccola, gobba, tutt’uno con l’argilla, il volto una maschera gialla dove la terra si era incrostata fra le pieghe della pelle di una donna vecchissima, secca da far pensare che potesse prendere fuoco sotto quel sole, la carne umana l’aveva abbandonata da tempo. Non so dirvi gli stracci che la ricoprivano, se erano stracci, sacchi di plastica, o cosa. Ho visto muoversi solo il suo braccio destro, sembrava un ramo di legno nero, la mano che separava la sabbia con movimenti circolari lenti, quella donna aveva il petto a meno di un metro dal suolo, non so come stesse in piedi. Mi dovetti fermare, gli accompagnatori se ne accorsero e tacquero. Poi la donna mi mostrò la povertà: cercava e raccoglieva singoli chicchi di mais caduti dai camion, e li metteva nel pugno dell’altra mano. Per mangiare.

Capire, chiedere, decidere. Fu tutt’uno. Capire, che ero un’insulsa bella anima che credeva alla personale assoluzione dai mali del mondo perché armato di mezzi patetici, nozioni approssimative, e un titolo di giornalista d’assalto immaginavo di poter combattere la colossale catena di smontaggio delle decenza umana rappresentata dal Vero Potere globale. Chiedere, a quella donna di maledirmi nell’ora della sua vicinissima morte se non avessi speso il resto della mia vita a studiare tutti gli ingranaggi di quella catena con una perizia maniacale al fine di veramente fermarla, perché solo e solo così noi uomini e donne dotati di compassione avremmo potuto ripulire per sempre quella scena dal registro dell’infamia. Decidere, che non avrei avuto altro da dire, a voi che mi leggete, se non questo, da quel giorno in poi. Ed è solo questo che io sto dicendo da anni e anni, che lo dica per la tragedia palestinese, per l’imperialismo militare dell’Occidente, per l’economia del Più Grande Crimine.

La sofferenza di chi è preso nelle maglie del Vero Potere – dal disoccupato italiano alle altre carcasse di legno secco che cercano cicchi di mais fra la polvere, dall’Africa ad Haiti o al Brasile – la dovete ignorare e neppure osare avvicinarvi se credete che si possa combattere anche solo un metro al di sotto della genialità efficientista e della maniacale organizzazione del Vero Potere, o essendo anche solo di una pagina più ignoranti della sua agghiacciante perizia. Fare altrimenti è un insulto a quella donna. E la quasi totalità delle belle anime che guidano la lotta al mostro Neoliberista la stanno insultando.”

Tratto dall’articolo
“Non piu’ chicchi di mais” di Paolo Barnard
http://www.paolobarnard.info/intervento_mostra_go.php?id=279



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5 Commenti per “La condanna infinita di “Mamma Africa””

  1. Maria Rosa Dominici scrive:

    FINALMENTE, GRAZIE DI ESSERCI, BENVENUTA FRA NOI AD UNA PERSONA COSI ATTENTA AI PROBLEMI SOCIALI E ALLE VITTIMIZZAZIONI CHE STIAMO SUBENDO A LIVELLO UNIVERSALE, GRAZIE
    A MARIA TERESA SECCHI

    • Maria Rosa Dominici scrive:

      Maria Teresa Sechi ogni notizia che condividiamo,ogni informazione che arriva a qualcuno ci rende piu' consapevoli,vicini a chi soffre danno,ossia alle vittime e questo ci fa essere responsabili e testimoni,grazie

    • Maria Teresa Sechi scrive:

      Grazie a te che mi consenti di amplificare le testimonianze di quei giornalisti che documentano sul campo, purtroppo, le crudeltà del "potere" sull'umanità….
      io faccio quello che posso <3

  2. Jeanfranc Carta scrive:

    Tanta ma tanta tristezza ………….

  3. Iride Paci scrive:

    solo il regno di Dio portera' presto su' questa terra pace, abbondanza di cibo uguaglianza.lo fara' mediante il suo figlio Gesu'.


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