categoria | Ambientale, Diritti umani, Situazioni belliche

Donne dell’Islam di Paola Cavazzuti

Inserito il 08 luglio 2015 da Maria Rosa DOMINICI

Paola Cavazzuti ,cara amica,collega ,mi ha regalato alcuni suoi interessanti articoli,che potrebbero essere non datati ,dato l’argomento particolare che trattano,questo è sulle donne palestinesi,buona lettura.

LA VITA E IL CORPO DELLE DONNE NELL’ISLAM

( COME VIVONO LA VITA QUOTIDIANA LE DONNE PALESTINESI)

Sono due anni che mi reco in Palestina (2004-2005) per lavorare ad Hebron con le giovani, le adulte e le future formatrici da selezionare per avviare una attività psicomotoria per tutto l’anno.
La ONG per cui ho lavorato è PEACE-GAMES, il titolo del progetto è Riyadah (intervento socio – educativo) rivolto a bambini, giovani e donne, per promuovere sport e cultura di pace.
A questo proposito ho fatto alcune interviste che potrebbero servire all’argomento che voglio trattare.

Intervista a Basma giocatrice nella nazionale di pallavolo

D: come vivono le donne palestinesi ?
R: ci sono diversità dalla città di Hebron alle altre città. Ad Hebron esiste una grossa difficoltà per quanto riguarda lo sport, per indossare vestiti sportivi per la strada, non esiste un luogo per insegnare e praticare sport. Io cerco di insegnare e cerco insegnanti per fare sport. Alla donna palestinese non interessa praticare sport.
Io sono sposata, ho un figlio di due anni e mi sono separata.
D: è un problema?
R: sto meglio così.
D: come vivono il loro corpo le donne palestinesi?
R: non sono interessate a sentire e vivere il loro corpo. La donna si sposa da piccola e comincia a fare figli.
D: quante si sposano per amore?
R: l’uno o due per cento.

Intervista ad Hamid (farmacista, vissuto 10 anni in Italia per studiare),

D: gli uomini arabi preferiscono le donne arabe o le europee?
R: quelli che hanno conosciuto donne europee le preferiscono.
D: ci si sposa per amore?
R: il 70% no , il 30% sì
D: come si fa a stare insieme se non si è innamorati?
R: dipende dalla cultura del paese in cui vivi prima c’è il fidanzamento: e in questo periodo si può scegliere di sposarsi o no.
D: se uno dice di no, cosa dice la famiglia?
R: se hanno un motivo valido e i famigliari capiscono non ci sono problemi.
D: c’è il divorzio?
R: sì
D: come vivono il loro corpo le donne?
R: in modo normale, negli ultimi 10 anni, quelle che hanno studiato lo vivono per il 70% bene, le donne mussulmane religiose sono contente del loro stato, si sentono tranquille e conducono la loro vita con piacere. Quelle non religiose si sentono perse, nella vita; da un lato a loro piace essere più libere, ma la società non permette loro di fare quello che vogliono o che sentono, esse cercano di essere più libere anche se non lo sono.
D: gli uomini che hanno viaggiato cosa pensano delle donne europee?
R: pensano che le europee sono persone libere e che non potrebbero vivere nella nostra società.

Intervista a Fawas (farmacista, vissuto in Italia 10 anni per studiare)

D. le persone si sposano per amore?
R: il 5% sì
D: ti sei sposato per amore?
R: non per amore, ma mi è piaciuta, per attrazione.
D: i fidanzamenti sono lunghi?
R: non molto, ci si sposa in estate. Se una donna non vuole sposarsi ferisce l’uomo e viene considerata anormale.
D: i matrimoni sono combinati dalle famiglie?
R: i giovani si incontrano ad una festa, le donne vanno a vedere la ragazza e se va bene portano l’uomo a trovare la ragazza.
D: c’è il divorzio?
R: sì, le donne divorziate non sono malviste e tantissime si risposano
D: e le donne che vogliono una vita libera?
R: non sono viste bene, vengono considerate brutte, cattive e sfortunate.
D: preferisci fare l’amore con una donna italiana o palestinese?
R: è indifferente.
D: in genere gli uomini picchiano le mogli.
R: in generale no, ci sono eccezioni.
D: come vivono il corpo le donne?
R: manca la cura del corpo, in casa per il marito la donna si trucca e si veste bene. Hanno voglia di fare movimento, ma la società le reprime.
D: le donne fumano per strada?
R: no.
D: le donne palestinesi come considerano le donne europee?
R: che sono più libere e pensano male della libertà delle donne europee.
D: gli uomini tradiscono le mogli?
R: pochissimo, per un fatto religioso. Se lo fanno vengono condannati a morte.
D: le donne tradiscono il marito?
R: in qualche caso, e sono condannate a morte.

La città di Hebron è collocata su varie colline ad una altezza di circa 1000 metri. E’ una città particolarmente chiusa dal punto di vista della morale e delle tradizioni rispetto alle altre città palestinesi, come afferma Basma ( giocatrice nella squadra nazionale di pallavolo). Vi sono difficoltà a camminare per la strada con abbigliamento sportivo, non c’è un luogo per le donne dove praticare attività motoria. Alla donna palestinese non interessa praticare sport e attività motoria, non sono interessate a sentire e vivere il proprio corpo, la donna si sposa da piccola e comincia a fare numerosi figli. Le donne, anche le laiche, portano il velo e un cappotto per distinguersi e affermare la propria identità dagli Israeliani, la patria si identifica con la lingua araba e per alcuni esprime il luogo di nascita, il luogo in cui si cresce e il luogo di protezione. I palestinesi vivono in famiglie il molto allargate il che presenta dei lati positivi come aiutarsi a vicenda, raccogliere soldi per mantenere un membro della famiglia a studiare all’estero (in genere vanno a studiare gli uomini), ma può presentare anche degli svantaggi, come conflitti famigliari, particolarmente tra la madre e la moglie dell’uomo. In genere la madre è quella che dirige la famiglia.
Le donne palestinesi, come ho affermato in precedenza, portano il velo sul capo e un cappotto sopra i vestiti normali. Il velo e il cappotto lo tolgono solo in presenza del marito, dei figli o di una donna. Se viene a fare visita in casa un uomo, indossano velo e cappotto.
Una cosa che mi ha colpito nella prima missione a cui ho partecipato, l’interprete Nuha, che parlava bene l’italiano, perché aveva vissuto quattro anni a Firenze seguendo il marito che studiava alla facoltà di farmacia, mi aveva chiesto di passare un giorno di festa con lei per andare al mercato e poi pranzare a casa sua. In casa c’erano solo i figli e poi sarebbe arrivato il marito dal lavoro, non portava velo e cappotto ma un vestito molto scollato. In occasione della festa finale di fine corso indossava un abito completamente rivestito di paillette ed era molto truccata.
Osservando i negozi di biancheria intima si possono notare articoli molto osé, e rileggendo l’intervista a Fawas possiamo considerare che lui afferma che le mogli a casa hanno grande cura del corpo e si vestono in modo particolare.
Poche sono le donne che non portano velo e cappotto e sono da considerare molto coraggiose.
In genere gli sport praticati in Palestina sono: tennis da tavolo, pallavolo, volley, karatè e judò. Tutte le ragazze e ragazzi vanno a scuola, a volte la scuola possiede una palestra e molte praticano sport.
Ritorniamo al titolo dell’articolo: cosa significa per la donna palestinese vivere e sentire il proprio corpo?
Nella cultura occidentale, per praticare sport è indispensabile non solo conoscere i gesti tecnici, ma essere sensibili alle percezioni e alle sensazioni corporee, è necessario imparare a rilassare i corpo prima di compiere il gesto tecnico e non eseguirlo in tensione (muscolare e mentale).
E’ assodato che in generale le donne di tutto il mondo vivono sensazioni diverse dagli uomini, sopportano meglio il dolore, quello del parto, del menarca ecc.
Il lavoro che abbiamo svolto in questi due anni con le giovani, le donne e le future formatrici è stato improntato sul sentire il proprio corpo, ascoltare le percezioni e le sensazioni, il rilassamento, l’equilibrio, la socializzazione attraverso esercizi di coppie e di gruppo. La novità introdotta nell’anno 2005 è stata la formazione di tecniche (in maggioranza insegnanti di educazione fisica), da selezionare alla fine del percorso perché portassero avanti l’attività psicomotoria per le donne e le giovani durante tutto l’anno. Sono state selezionate tre insegnanti, di cui una sola ha accettato e lavora tre volte la settimana per tre ore con 67 donne.
Per quanto riguarda le giovani, oltre al metodo delle Ginnastiche Dolci e il Rilassamento ho introdotto anche momenti ludici durante le lezioni.
Ritorniamo a parlare del lavoro svolto: le Ginnastiche Dolci sono tecniche di origine occidentale, si propongono come metodo un lavoro sul corpo che tenga presente l’acquisizione di una presa di coscienza delle percezioni e sensazioni corporee, della distensione delle masse muscolari troppo tese e rigide, lo scioglimento dei blocchi muscolari, il miglioramento della mobilità articolare, la Respirazione (presa di coscienza dell’atto respiratorio, esercizi corporei abbinati alla respirazione ed esercizi respiratori).
Il Rilassamento è una tecnica che aiuta l’individuo a trovare momenti di riposo (aiuta a diminuire ansie e disagi psicosomatici) e a ricaricarsi di energia, lavoro molto importate per una popolazione sottoposta a momenti traumatici, di ansie e forti disagi.
Durante le lezione proponevo di fermarsi a sedere in cerchio per verbalizzare i vissuti delle partecipanti e per introdurre momenti teorici sul lavoro svolto, ho proposto il disegno della figura umana all’inizio del corso, a metà e alla fine.
Le partecipanti dovevano confrontare i tre disegni e sottolineare le differenze, poi i disegni venivano osservati in gruppo, tutto ciò per verificare anche graficamente i mutamenti del corpo.
Per quanto riguarda le mie considerazioni sul lavoro svolto in questi due anni, erano visibili dall’esterno i mutamenti del corpo delle persone, i movimenti diventavano più fluidi durante il percorso, nel rilassamento c’era un approfondimento sempre maggiore e anche nel lasciarsi andare (persone che prima tenevano gli occhi aperti per controllare, piano piano li chiudevano per percepire meglio le sensazioni corporee e anche i disegni prodotti cambiavano notevolmente dall’inizio del corso alla fine).
Anche la verbalizzazione delle percezioni e sensazioni provate durante il lavoro si modificava, si approfondiva sempre di più.
Nell’ultimo incontro ho fatto alle partecipanti quattro domande:
1) Che cosa hanno imparato?
2) Che cosa hanno gradito?
3) Che esercizi e situazioni di lavoro avrebbero ripetuto?
4) I benefici sono stati di ordine fisico o psichico?

In generale le risposte sono state queste:

(per le giovani)

– che per ogni parte del corpo c’è un movimento specifico
– attenzione e concentrazione
– tutto il lavoro svolto sul corpo
– gli esercizi a coppie
– giochi con le palline
– rilassamento
– respirazione
– disegno del corpo umano
– 5 hanno avuto benefici fisici
– tutte benefici psichici e fisici

(per le donne)

– il massaggio sul corpo
– rilassamento
– movimenti per la colonna vertebrale
– lavorare sul corpo in modo corretto
– giochi con le palline
– esercizi di deambulazione
– esercizi per gli occhi
– concentrazione
– tutte hanno avuto benefici fisici e psichici

(per le operatrici in formazione)

– i massaggi individuali e a coppie
– nuovo modo di lavorare sul corpo
– rilassamento
– miglioramento della respirazione
– socializzazione
– respirazione
– esercizi che possono aiutare molte persone che non sono abituate a muoversi
– 6 hanno ottenuto benefici fisici
– 4 benefici psichici
– tutte benefici fisici e psichici.

Riporto alcuni brani tratti dal settimanale “DONNA” del quotidiano “REPUBBLICA” scritti dalla giornalista Paola Caridi il 17 dicembre 2005.

“ Giuriste e sessuologhe. Predicatrici tv e iman donne. Politologhe e deputate. Tutte, rigorosamente con il velo. Lo stereotipo nostrano le vuole sottomesse e prive di potere, ma nel mondo arabo le donne declinano invece il loro ruolo in modo sempre più vario. Sulla sponda Sud del Mediterraneo s’avanza insomma un piccolo esercito di teste pensanti che, velate, parlano in difesa dei diritti delle donne, di codici di famiglia, di uguaglianza e diritti del lavoro. Tutto, rigorosamente, all’ombra del Corano.
Nadia Yassine, la politologa islamica che è finita sotto i riflettori per aver sfidato, nel suo Marocco, il re Mohammed 4° dicendo di essere a favore dell’instaurazione di una repubblica. Ora è in attesa di processo e privata del diritto di uscire dal suo paese.
Nessun cedimento verso il femminismo occidentale, dunque. “Perché, dice Nadia, “ le donne occidentali non avevano alcun diritto prima di lottare per ottenerlo. Da noi, è l’inverso. Siamo state a poco poco private dei diritti che avevamo”.
Il problema non è l’islam, ma è l’interpretazione “maschista” che l’ha avuta vinta sinora. E che va combattuta ritornando alla lettura del Corano, che già difende la donna. Dice Haifaa Khalafallah, direttrice del centro degli studi islamici mediterranei, che vive in Gran Bretagna, e si occupa del dialogo tra sponda Nord e sponda Sud: “ L’islam non è misogino, ma nella storia mussulmana ci sono deprecabili episodi contro le donne. E’ questo il motivo per cui molte donne arabe hanno dovuto trovare strade diverse per aggirare il labirinto che le loro società hanno creato, imponendo scelte misogine “liberamente basate” su principi legami islamici che di per sé sono invece accettabili”. Immediate, ovvio, le ricadute politiche di un movimento in forte crescita, che negli ultimi tempi ha ottenuto risultati insperati. Come lo scorso maggio in Kuwait, quando un parlamento tutto maschile ha finalmente concesso il diritto di voto alle donne. Donne che, per premere sui deputati, si erano unite in una sorprendente alleanza trasversale tra laiche e islamiche, che avevano costretto alcuni dei partiti islamisti a cambiare idea. Quanto agli uomini, succede che comincino a credere nelle loro donne. Come hanno fatto quelli che a Gedda, in un, Arabia Saudita dove le donne non votano e non possono guidare, ne hanno elette alcune a rappresentarli nella Camera di Commercio cittadina”.
Nello stesso settimanale “DONNA” del quotidiano “REPUBBLICA” la giornalista Alessandra Baduel scrive: “Le femministe con il “velo” sono lì a sfidare parecchi “dogmi” del femminismo occidentale, quello che ha bruciati persino i reggiseni, figuriamoci i foulard. Ma sia una femminista storica come Lea Melandri che una protagonista dei rapporti con il mondo islamico come Emma Bonino non vedono motivo per criticarle. Bonino, piuttosto, ha una premessa da fare; “Quelle donne noi occidentali non le conosciamo e non ci interessano. Nei miei tanti viaggi nei paesi islamici, non riesco mai a portare una occidentale: il nostro movimento femminil_ femminista è poco curioso. E’ questo un elemento importante in negativo. Noi italiane, negli anni 70, fummo aiutate dalle nordiche. Oggi loro non hanno nessuno.
In Kuwait, ora le donne possono votare e non hanno bisogno di aiuto per imparare a fare le candidate. Dunque stiamo organizzando un training. Ci sono turche, giordane, irachene. Ma non una sola occidentale”. Detto ciò, Bonino vede due tipi di impegno: quello delle islamiche che vogliono “rileggere” il Corano e quello di chi chiede diritti quasi a prescindere da ciò, considerando la religione un fatto privato.
“Il secondo”, spiega, “è un filone “emancipazionista” che parte dalla Turchia e punta a diritti politici ed economici, ma non affronta la sessualità o le libertà personali”.
Quanto al velo, Bonino si affida alla frase di un’amica turca: “Veniamo da voi”, mi ha detto “per levarci il velo, e nel giro di due generazioni ce lo rimettiamo”. Sottintendeva la mancanza di ogni integrazione che trovano”.
“Non sono una specialista”, premette Lea Melandri, per poi riflettere: “Quando andavo in Nordafrica negli anni 70, ero a disagio per la mia relativa ricchezza e per il fastidio dato dagli uomini al suk. In effetti, le donne di lì le “vedevo” poco. Oggi, penso che sia comunque impossibile parlare di femminismo senza riferirsi all’Occidente, non perché certe lotte non ci siano altrove, ma perché c’è stato il colonialismo e tutti i nostri modi di vivere, il femminismo incluso, sono diventati modelli.
L’11 settembre poi ha complicato le cose, con la proiezione del ruolo del nemico sull’islam e le guerre di Bush. Che in Afganistan, per esempio, è andato al grido di “liberiamo le donne dal burka”. Dunque capisco che ci siano femministe con il velo. In più, da loro religione e politica sono connesse e da noi separate. Anche se ultimamente, fra guerra immigrazione, non ci stiamo ponendo più come cristiani di quanto facessimo dieci anni fa”. Melandri capisce anche la diffidenza delle islamiche per “una libertà femminile che in tv diventa libertà di vendere il proprio corpo: una specie di “schiavitù radiosa”- deformazione contro cui noi stesse, temendo di sembrare bacchettone, facciamo poco. Poi, spero che un domani usare il velo, coprirsi per sentirsi persone, non sarà più necessario. E certo, il dover difendere l’identità, presa che ha su di loro la religione, mi inquieta. Ma non se ne esce certo né imponendo la laicità né cercando una tolleranza che lasci intatte tutte le differenze. Va trovata la via di una convivenza tra diversi, interrogando le proprie esperienze per cercare le somiglianze. Come è successo a me leggendo Fatema Mernissi che scriveva: “La taglia 42 è il vostro velo, uscitene”.

Bologna, dicembre 2005

Paola Cavazzuti, insegnate di educazione fisica, psicologa e psicoterapeuta, membro fondatore di “psicologi per i popoli” dell’Emilia- Romagna



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Maria Rosa DOMINICI

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psicologa,psicoterapeuta vittimologa,membro dell'Accademia Teatina delle Scienze,della New York Academy ofSciences,dell'International Ass. of Juvenile and Family Court Magistrates,della Società Italiana di Vittimologia,della W.S.V.,dell'Ass.internazionale di Studi Medico Psico Religiosi.,docente di seminari di sessuologia, criminologia e vittimologia in università Italiane e straniere,esperta per progetti Daphne su tratta di minori e sfruttamento sessuale,creatrice del progetto Psicantropos,autrice di varie pubblicazioni,si occupa di minori e reati ad essi connessi da 40 anni.

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