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Ragazzo suicida a 20 anni

Inserito il 21 febbraio 2012 da Maria Rosa DOMINICI

Firenze, 16 feb. – (Adnkronos) – Ha annunciato il suicidio su Facebook, e poi lo ha messo in pratica: si e’ impiccato nella sua camera da letto con una sciarpa. La vittima e’ un ragazzo di 20 anni, studente delle scuole superiori. Il dramma si e’ consumato a Firenze, nell’abitazione in cui il ragazzo viveva con la sua famiglia. La frase in cui annunciava la sua volonta’ di farla finita e’ stata ‘postata’ sul social nertwork verso mezzanotte.Il giovane era stato adottato alcuni anni fa. Drammatiche le parole lasciate dal 20enne su Facebook: ”Addio mondo di merda. Fate come me, levatevi dal c…o. La vita fa schifo, studiare e’ inutile, tanto non si trova lavoro”. Il giovane avrebbe avuto, secondo quanto appreso, problemi scolastici.

A Firenze,il 16 febbraio, si è registrato un caso di suicidio di un giovane adottato. Il quarto in pochi anni. Questa volta il ragazzo, che chiameremo Matteo, non ha lasciato una lettera, ma ha lanciato un messaggio sul suo profilo fb poco prima di suicidarsi, quasi chiamando ad assisterlo una platea virtuale. La sua platea virtuale di amici. Anche lui, come gli altri che lo hanno preceduto, frequentava la scuola superiore. Anche lui si è suicidato in casa, nella casa della sua famiglia adottiva. Anche di lui si dirà che non aveva problemi con i genitori, che amava e da cui era riamato. Che non aveva difficoltà a vivere la sua adozione, avvenuta così tanto tempo fa (aveva 8 anni). Ma si legge che aveva problemi a scuola, quasi che chi ha problemi con la scuola, sia autorizzato al suicidio. Anche in questo caso, genitori e media tenteranno di rimuovere l’adozione dalle cause o concause del gesto. Tutti diranno che gli adolescenti che vivono periodi di disagio sono tanti, e che il suo caso è uno di quelli estremi che denunciano le difficoltà di un età e di una generazione, quella di oggi, che vive tempi oltremodo difficili, ecc. ecc.

Siamo veramente stanchi di questo modo approssimativo e superficiale di considerare le problematiche dei giovani adottati, e di vedere sempre negare come la miscela adolescenza-adozione possa essere esplosiva. E questo nonostante la casistica sia così elevata, e proprio nella stessa, mia, città. Sono stanca di leggere, e di confrontarmi sempre con pseudo-psicologi che si ostinano ad ignorare la realtà, a non leggere studi internazionali sull’argomento, ed a negare quello che gli stessi genitori adottivi sanno molto meglio di loro: che essere adolescenti e adottati è molto più difficile. Per riassicurare i genitori, molti danno messaggi del tipo: tutti gli adolescenti sono uguali.

Niente di più falso e fuorviante. Le persone adottate, alla soglia dell’adolescenza, hanno molte sfide in più da affrontare e, indipendentemente dall’affetto che loro hanno dato e danno i genitori adottivi, i loro secondi genitori, vivono gli anni dell’adolescenza con estremo disagio e difficoltà. Disagio ad accettare la propria storia, difficoltà ad integrarla con quella degli altri, in quel mondo “perfetto” con cui sono destinati a confrontarsi e gareggiare ogni giorno.

Ma nessuno li aiuta, nessuno li ascolta veramente, tutti sicuri come sono e come piace a tutti credere, che basta un po’ d’amore e di pazienza… che poi l’adolescenza passa.

L’amore e la pazienza non bastano, come ci insegna l’attualità sgomenta di questi giorni, ed in quanto al fatto del tempo che cura tutto, le ferite di una persona adottata durano molto oltre l’adolescenza, e talvolta perdurano fino alla vecchiaia. Occorre lavorarci sopra, occorre poterne parlare con qualcuno che ti ascolti veramente, che ti comprenda veramente, occorre poterle condividere con amici, adottati anche loro, occorre poter tirar fuori la rabbia, lo sgomento, la nostalgia, la fragilità, la paura… senza paura di offendere o di mancare di rispetto a quel mondo e a quelle persone che li “hanno salvati” offrendo una seconda ottima “possibilità di vita”: quella che viene comunemente e orrendamente definita la “seconda nascita”. Nessuno nasce due volte: vogliamo farne dei diversi fin dal primo respiro di vita?

Nel nostro paese non esiste affatto una cultura dell’adozione che sia adeguata ai reali bisogni delle persone adottate, che vada oltre quell’accoglienza che le coppie sono pronte e brave a fare, nei primi anni. Ma dopo? La scuola non li aiuta, i compagni spesso non li comprendono, e le sfide sono così tante e tutte insieme da affrontare: una fatica insormontabile, superarle tutte. E tutto questo nel momento in cui ci si guarda allo specchio, per affermare la propria identità, e non ci si riconosce. Nel momento in cui un giovane crea la propria immagine, l’adottato non conosce ancora le proprie radici, il proprio paese, e deve fare ancora i conti con la leggenda della sua adozione, creata sulle ceneri dell’ “abbandono” che l’ha preceduta (altra leggenda creata e nutrita dai media e dagli pseudo-operatori dell’adozione).

Ho scritto nel mio libro “Ci vuole un paese: Adozione e ricerca delle origini” (Franco Angeli Editore, Milano 2011) che:

“non sono poche, e non di poco conto, le domande che angosciano l’esistenza delle persone che sono state adottate, sia in Italia che dall’estero, e riguardano tutte quella cosa che per la maggior parte di noi è assolutamente certa: l’identità.

… l’identità nell’adozione non sia un tema qualunque: è il “tema” intorno al quale si configura la personalità della persona adottata. Certo, crescere in questo caos, non è cosa di tutti. Ma a loro ripetiamo che tutto è stato deciso per loro, e su di loro, a fin di bene. Ed il bello è che è anche vero. Quindi perché arrabbiarsi?

Dovremmo essere più consapevoli di quanto sia difficile e delicato costruirsi una vita, una autostima, una serena ed equilibrata maturità, quando si hanno così poche certezze. E’ come orientarsi sotto un cielo perennemente e interamente coperto di nuvole, senza uno straccio di stella che ci indichi il fondamentale Nord.

Così che si finisce per navigare a vista, anche all’interno delle nuove relazioni familiari. L’identità è infatti il tema intorno al quale si costruiscono, crescono, vivono o muoiono le relazioni all’interno della famiglia adottiva. E non solo. E le relazioni, in essa, sono basilari: la famiglia adottiva non ha legami di sangue, ma solo legami affettivi che si costruiscono, nel tempo, sulla relazione. Spesso la famiglia esplode perché non lo si affronta mai, il tema dell’identità, o perché lo si affronta nel modo sbagliato.

… Certo ogni storia è diversa, ma oggi sappiamo che per riportare armonia ed equilibrio nei nostri nuovi figli, bisognerebbe sforzarsi di mantenere tutti gli elementi possibili per una salutare continuità. Occorre mantenere vivo un filo, un legame con il passato, su cui lavorare per la crescita psicologica e fisica dei bambini adottati. E non è sufficiente quel filmino o quelle foto per ricordare il commovente momento in cui ci siamo incontrati in quell’istituto. Perché i bambini che si adottano non nascono nel momento del nostro incontro con loro. Ma hanno un passato, con gioie e dolori, affetti trovati e persi, legami con persone e cose. E legami con luoghi e paesi.

E alcune parole sul termine “abbandono” e sul suo sciagurato uso, nei media come nel linguaggio comune e purtroppo professionale:

…credo fermamente andrebbe usato con la dovuta parsimonia. Per esperienza, lavorando con i bambini nei miei laboratori di scrittura terapeutica, so quanto possa riuscire catastrofico. Pensare di essere stati abbandonati, come un cane per la strada, come quel bimbo nel cassonetto (c’è in giro perfino un romanzo per ragazzi con questa storia…), fa male, abbassa la stima, la forza in sé. In alcuni ha portato anche al suicidio. Perché si abbandona ciò che non si ama. Si abbandona ciò che non ha valore.

Ed invece la realtà è ben altra: si lascia ciò che non si può tenere. Si lascia ciò che non si riesce a sfamare, a crescere. Si dà in adozione chi non ha famiglia.

E si lascia spesso soffrendo. E chi lascia non dimentica.

Ci sono tanti testi e tanti professionisti, pochi in Italia, che possono dare utili strumenti per aiutare questi ragazzi a costruirsi una vita superando le sfide, ad accettarsi, a vivere l’adolescenza in maniera meno auto-distruttiva. Siamo in pochi a lavorarci su. Ma non siamo soli. E’ che non abbiamo più pazienza… e forse è giusto non averne proprio più, perché leggere queste notizie sul giornale fa male, troppo male. Ci fa sentire impotenti, ma non ci fa sentire meno forti e pronti a continuare nel nostro lavoro, per aiutare tutti quelli che ne hanno bisogno e ce lo chiedono, e per cercare di prevenire altri ragazzi come “Matteo” da compiere un gesto che non dà felicità e non risolve. Un gesto in cui cercano di esprimere tutto il loro potere ed il loro unico controllo: quello sulla loro vita. Quella vita che qualcuno ha loro donato, poco prima di liberarsi di loro come una cosa senza valore.

Ma la vita non si afferma con la morte, e sono sicura che questo, Matteo, da lassù lo ha capito bene, adesso. Ma adesso è troppo tardi.

Anna Genni Miliotti



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Maria Rosa DOMINICI

About

psicologa,psicoterapeuta vittimologa,membro dell'Accademia Teatina delle Scienze,della New York Academy ofSciences,dell'International Ass. of Juvenile and Family Court Magistrates,della Società Italiana di Vittimologia,della W.S.V.,dell'Ass.internazionale di Studi Medico Psico Religiosi.,docente di seminari di sessuologia, criminologia e vittimologia in università Italiane e straniere,esperta per progetti Daphne su tratta di minori e sfruttamento sessuale,creatrice del progetto Psicantropos,autrice di varie pubblicazioni,si occupa di minori e reati ad essi connessi da 40 anni.

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7 Commenti per “Ragazzo suicida a 20 anni”

  1. Marina Rigazzi Morelli scrive:

    E' vero e' proprio tutto vero..l'ho provato sulla mia pelle cento …mille volte. ,..avevo 15 anni quando ho scoperto di non essere io ma chissa' chi! il mondo mi e' crollato addosso! metti in discussione il tuo passato, il tuo vissuto, in una famiglia che credevi tua, con un papa' e una mamma che erano "tuoi" che mi appartenevano, e invece…..niente di cio', e' stato l'inferno…fatto di fuoco.ero un'adolescente alla deriva…e non se ne poteva parlare con nessuno, perche' era una vergogna….perche' non avevo un vero nome che mi apparteneva, ma solo uno posticcio….e' stato il periodo piu' terribile della mia esistenza…e nessuno con cui parlarne…neanche con i miei genitori adottivi…perche' era un continuo litigio! e sapete cosa mi rispondeva mia madre? che non le ero riuscita bene…che si aspettava una persona diversa, cioe' che fossi grata loro per quello che avevano fatto per me…cioe' tolta dalla melma! figuratevi la mia contentezza! invece di avere comprensione e risposte ero diventata un caso disastroso!ho passato anni di sofferenza estrema…ma grazie alla mia forza interiore sono riuscita ad andare avanti e dopo anni bui mi sono costruita una mia famiglia che adoro e dei figli che sono i miei occhi..la mia vita …e neanche le tante parole offensive di mia madre hanno potuto abbattere la mia forza di andare avanti e di vivere.Se oggi fosse viva le direi."tie' ecco quello che sono diventata e quello che ho avuto e che tu non volevi che avessi!"

  2. Maria Rosa DOMINICI Maria Rosa DOMINICI scrive:

    il colmo,vittimizzare,tramite un furto di proprietà intelletuale ,una vittima…l’amica e scrittrice ANNA GENNI MILIOTTI ,autrice di questo articolo,se l’è ritrovato pari pari pubblicato sulla cronaca di Firenze de LA NAZIONE, a firma di certo”Lapo,padre adottivo “,sicuramente cercheremo via legale per tale danno,ma sicuramente ,noi che con questo sito vogliamo diffondere la cultura della vittimologia,abbiamo una ulteriore riprova che,i carnefici ,sono predatori ,anche solo di parole, VERGOGNA LAPO PADRE ADOTTIVO


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